Storia dei Videogiochi Parte 6 di 25
Un tempo il cinema, la televisione e i libri erano l'unico mezzo di intrattenimento, ma con i videogiochi aspirarono a qualcosa che andava oltre il controllo cercando di ricreare la storia perfetta, anche se mancava ancora un'elemento vitale, l'emozione. L'età d'oro dei videogiochi, raggiunse il culmine tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 con l'isterico Pac-Man e la moltitudine di invasori alieni. I videogiochi permettevano ai giocatori di controllare la propria esperienza digitale, ma perchè questa nuova forma di intrattenimento durasse, i creatori di videogiochi sapevano di aver bisogno di ciò che possedevano la tv e il cinema, una storia.
Per continuare ad intrattenere i giocatori, i creatotri di videogiochi hanno imparato dai registi a connettersi con il giocatore ad un livello più profondo. Verso la fine degli anni '70 un film rivoluzionario, portò il cinema d'azione ad un nuovo livello fondendo una battaglia fantascientifica con una storia drammatica (Star Wars). Guidato da un'eroe Jedi, il viaggio di Luke Skywalker era l'affermazione della grandezza e della possiblità per un'uomo di provocare grandi cambiamenti, un tema molto riconoscibile, e George Lucas lo ha appreso dal testo classico di Joseph Campbell, l'eroe dai mille volti.
Gli avvincenti effetti speciali di Guerre Stellari attiravano la gente al cinema e a quel tempo i videogiochi erano poco più che semplici giocattoli, esistevano videogiochi spaziali come Asteroids e Space Invaders, ma non avevano peronaggi o storie, non ancora! Così i videogiochi dovettero imparare dal cinema che una buona storia combinata con un'azione eccitante, incolla gli spettatori alle poltrone e di conseguenza ai loro Joystick.
Ma per creare videogiochi in grado di far provare emozioni, i programmatori avrebbero dovuto prima imparare a trasformare dei semplici pixel in nuovi eroi digitali. Dopo che milioni di persone in tutto il mondo, avevano seguito l'eroico viaggio di Luke Skywalker in Guerre Stellari, i videogiochi si accorsero che probabilmente anche a loro serviva un'eroe, ma la scarsa potenza di elaborazione, limitava i disegnatori nella possiblità di sviluppare l'aspetto di un personaggio, tanto più di elaborare una storia.
Ci sarebbe voluta l'immaginazione di un artista e una tecnologia all'avanguardia per trasformare i videogiochi in qualcosa di più che un giocattolo. Prima che la compagnia Giapponese Nintendo divenisse famosa per i videogiochi, produceva di tutto, dai giocattoli in plastica alle carte da gioco. Negli anni '70 la secolare compagnia fondata a Kioto, si lanciò nell'industria dei videogiochi distribuendo la Magnavox Odyssey in Giappone, tuttavia per affermarsi come protagonisti sul crescente mercato dei videogiochi, il direttore della nintendo Hiroshi Iamauci, mandò suo genero Minoru Arakawa negli Stati Uniti, per creare la Nintendo of America.
Sommersa da un'immensa montagna di prodotti falliti, la Nintendo of America aveva bisogno di un gioco di successo che si potesse giocare convertendo le macchine invendute, ma un'altro problema insorgeva, la Nintendo non aveva più disegnatori disponibili, perchè tutti occupati in altri progetti.
L'unico disegnatore libero era Shigeru Miyamoto, assunto come artista da Iamauci, un'amico del padre nel 1977, ma non essendo programmatore di professione, Miyamoto era più interessato a raccontare piccole storie nei suoi videogiochi, ed infatti ebbe la visione di un videogioco con cui fosse divertente giocare, ispirandosi ai cartoni anime e manga che resero lo stile dei suoi personaggi distintamente Giapponese, e senza una tecnologia avanzta e alcuna esperienza di programmazione Miyamoto fece l'impossibile!
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